Verso la sorgente del Gange, il viaggio nel viaggio

Sensazioni in viaggio attraverso il fiume sacro per eccellenza, Ma-Ganga, “Madre Gange”, come viene chiamata dagli Indiani, che attraversa il Paese dall’Himalaya alla Baia del Bengala


Di Massi on the road

Nei due precedenti viaggi in India ho trascorso tutto il tempo al centro e al sud del subcontinente. Questa volta ho deciso di visitare soprattutto il nord ed è stato inevitabile “incontrare” Ma-Ganga, (Madre Gange, come viene chiamata dagli Indiani), che ha una lunghezza di 2500 km e attraversa il Paese da ovest a est, dall’Himalaya alla Baia del Bengala. Senza averlo previsto negli ultimi mesi ho risalito il Gange dalla foce alla sorgente, comprendendo a poco a poco la sua importanza non solo geografica, ma anche spirituale. In questo ultimo articolo scritto in India, un giorno prima del ritorno in Italia, vorrei condividere le mie esperienze riguardanti il fiume sacro per eccellenza.

Febbraio – Vicino alla foce: Calcutta e Delta del Gange

Appena uscito dalla stazione centrale di Kolkota (città descritta in questo articolo) vedo per la prima volta il Gange, qui chiamato Hooghly. Si tratta di uno dei due rami terminali del fiume: anche se entrambi finiscono la loro corsa nella Baia del Bengala, uno è nel territorio dell’India e l’altro in quello del Bangladesh. Il corso d’acqua è ampio e plumbeo, sembra riflettere il cielo ingrigito dalle nuvole e dallo smog. L’imponente Howrah Bridge è lungo 700 metri ed è uno dei ponti più trafficati al mondo, attraversato ogni giorno da circa 100.000 veicoli e 150.000 persone. Nei giorni trascorsi in città noto che tanta gente utilizza il fiume nella loro vita quotidiana: persone che fanno il bagno, che lavano i panni, che pescano, ecc. Sapendo che l’acqua è molto inquinata immergo a malapena una mano: il mio primissimo contatto diretto con un fiume venerato come un dio dagli Induisti.

Trascorro un fine settimana in barca nel Delta del Gange, dove raggiungono la Baia del Bengala varie diramazioni del Gange e di altri fiumi, formando un’area estesa centinaia di km2 caratterizzata dalla foresta di mangrovie più grande del mondo. Anche se non vedo il suo abitante più famoso – la tigre bengalese – è un’occasione per ammirare la bellezza di una natura selvaggia e apparentemente sconfinata. E’ affascinante immaginare che l’acqua sgorgata dal cuore dell’Himalaya possa finalmente immergersi nel mare, dopo migliaia di chilometri!

Marzo – A metà strada: Varanasi

Gange
Bagno nel Gange all’alba a Varanasi

Se a Calcutta e nella zona del Delta del Gange ho osservato soprattutto l’aspetto naturalistico del fiume, tutto cambia radicalmente a Varanasi. Conosciuta anche con il nome Kashi e Benares, gli Induisti la considerano una delle città più sacre e antiche del mondo. Da almeno 3000 anni (ma c’è chi dice addirittura da 5-6000 anni) vi sono insediamenti umani stabili in quest’area dell’India settentrionale. Da sempre le persone ne sono attratte in modo irresistibile e, ancora oggi., è sia una delle mete di pellegrinaggio induista più affollate sia una delle destinazioni turistiche da non perdere. Questo fama è dovuta al fatto che, secondo la tradizione, l’acqua del Gange a Varanasi è particolarmente sacra e può lavare via i peccati di chi vi fa il bagno come pellegrino…e anche di chi vi muore! Per questa ragione lungo la riva occidentale si estendono per vari chilometri decine di “ghat”, delle scalinate con accesso diretto al fiume. La maggior parte viene usata dai pellegrini per fare il bagno rituale, ma ce n’è uno molto speciale: il Manikarnika ghat, il luogo dove vengono cremati i cadaveri in pubblico.

Durante la settimana passata a Varanasi assisto numerose volte ai rituali funebri del “burning ghat”: i parenti della persona morta, a seconda della loro disponibilità economica, contrattano il prete induista che svolgerà i riti e scelgono il tipo e la quantità di legna. Poi il corpo viene depositato su un “letto” di ceppi e si dà fuoco alla pira. Per bruciare completamente ci vogliono due o tre ore. Alla fine rimangono solo le ceneri, che vengono raccolte e gettate nel fiume. I parenti (solo uomini, le donne non sono ammesse) assistono all’intero rito funebre senza grida né pianti, con una grande compostezza. Ciò perché credono che cremare il corpo sulle rive del Gange permetterà di lavarne via tutti i peccati, terminando il ciclo di rinascite e raggiungendo la liberazione. Assisto a questo “spettacolo” in rispettoso silenzio e senza scattare foto (è proibito) ma le immagini resteranno impresse per sempre nella mia mente. A Varanasi finiscono nel fiume non solo le ceneri dei morti, ma anche le fogne della città: per questo motivo l’acqua ha una presenza di batteri migliaia di volte sopra i limiti consentiti. Nonostante ciò che chi fa il bagno quotidianamente e, addirittura, chi ne beve l’acqua. In questa città, e spesso in generale in India, sembra che la fede delle persone possa superare la ragione!

Aprile – Verso la sorgente: Rishikesh, Uttarkash, Gangotri

A inizio aprile raggiungo Rishikesh, la città diventata internazionalmente famosa dopo che i Beatles vi trascorsero un paio di mesi nel 1968 per trarne ispirazione per un nuovo album, tra meditazioni, droghe e vita da fricchettoni. Ma io ho una motivazione ben diversa: voglio finalmente fare il bagno nel Gange! Qui ha l’aspetto di un agitato torrente di montagna: corrente forte, acqua torbida e fredda, ma pulita. Già il primo pomeriggio mi faccio coraggio e mi immergo per la prima volta nel fiume sacro, di cui i locali vantano qualità terapeutiche immense. L’impatto con l’acqua gelida è scioccante, ma resisto qualche istante, esco trionfante e mi godo il sole caldo comodamente sdraiato su una spiaggetta di sabbia bianca. Al tramonto partecipo, insieme a centinaia di altre persone, al “Ganga Aarati”, una cerimonia durante la quale si cantano inni sacri e donano al fiume fiori e candele.

Gange
Il primo bagno nel Gange a Rishikesh

Rishikesh è bella ma molto turistica e ho voglia di continuare la risalita del Gange. Ci vogliono 8 ore di viaggio in bus per arrivare a Uttarkashi, a 1100 metri d’altezza. Resto per una decina di giorni in un ashram (centro spirituale induista) a meditare e praticare yoga. Il bagno nel Gange, distante poche decine di metri, diventa un piacevole rituale quotidiano.
Un ulteriore tragitto di 4 ore in bus mi permette di percorrere i 90 km fino a Gangotri, a 3042 metri sul livello del mare. Qui la strada finisce e il panorama viene dominato dalle vette innevate dell’Himalaya, alcune sui 6000 metri. A 15 km di distanza c’è la sorgente del Gange ma non riesco a raggiungerla perché la stagione dei pellegrinaggi è ancora chiusa e non riesco a procurarmi un permesso per entrare nel parco nazionale. Invece di essere deluso, passo due giorni in questo paesino circondato da panorami sensazionali e riesco a fare il bagno anche qui. L’acqua è estremamente fredda ma non resisto alla tentazione e mi tuffo rapidamente. Quando esco la pelle brucia ma mi sento rivitalizzato e felice.

La risalita del Gange fino (quasi) alla sorgente è stata un viaggio nel viaggio, un incontro non solo con un fiume ma con i riti e la cultura dell’India. A marzo di quest’anno Ma-Ganga ha ottenuto dal Tribunale dell’Uttarkhand (la regione dove nasce il fiume) il riconoscimento di “essere vivente”. Come conseguenza l’inquinamento del corso d’acqua potrebbe diventare a livello giuridico una violazione dei diritti umani! Speriamo che questa decisione serva a sostenere l’azione, per ora non molto coordinata, di varie associazioni che promuovono la salvaguardia del fiume sacro, in modo che anche in futuro possa essere una vera e propria madre, sana e generosa, per le centinaia di milioni di suoi figli!