Troppa gente su questo pianeta

Intervista agli Egokid, tra i protagonisti della scena pop/rock italiana, che ci raccontano del loro desiderio di suonare tra la gente, compiendo anche un insolito viaggio dentro Milano


Intervista di Giuseppina Bianchi

Sono certamente uno dei gruppi più importanti della scena pop/rock italiana. Hanno pubblicato l’album “Troppa gente su questo pianeta” che, con classe e personalità, dimostra che questo gruppo abbia veramente qualcosa da dire.
Gli Egokid nascono a Milano nel 2000 dall’incontro di Diego Palazzo e Piergiorgio Pardo. Sono entrambi studenti della scuola civica di jazz ed hanno una grande passione per il rock inglese degli anni ’70 e per il pop degli anni ’90. I loro primi due album (The Egotrip Of The Egokid e The K Icon) sono in lingua inglese poi, man mano che gli Egokid riescono a definire il loro sound, passano all’Italiano e pubblicano Minima storia curativa e Ecce Homo. Con la loro coinvolgente miscela sonora e la loro capacità compositiva molto personale incominciano a farsi notare nella comunità artistica e a collaborare con Francesco Bianconi dei Baustelle, Paola Turci e Samuele Bersani.

gente egokid intervista
Con gli artisti bisognerebbe parlare di musica, ma mi hanno molto colpito le vostre copertine. Fra l’altro la copertina del singolo è un estratto di quella dell’album, proprio come un singolo è l’estratto di un album. Come sono nate? Ci sono elementi di passato e futuro, di realtà e fantasia. Sono questi i binari su cui si muovono anche le vostre canzoni?

Diego: la copertina è la foto della carta di identità di un disco. Abbiamo sempre cercato immagini che suggerissero il «tema» portante del disco. In Minima Storia Curativa si parlava di giovinezza, dei dolori di quest’età, dei suoi errori e delle sue passioni, il tutto trasfigurato nel ricordo. Una specie di romanzo di formazione. Per questo l’immagine scelta rappresentava un ragazzo in maglietta, trasfigurato in un’atmosfera bicromatica e bidimensionale. Ecce Homo era invece un disco più eccentrico, energico e variegato, il cui unico filo conduttore era una riflessione sull’uomo, sulla definizione di un nuovo umanesimo in questa era disumanizzante. Da qui l’idea della copertina con un uomo grigio e anonimo, a cui viene fatto un’operazione di maquillage dai toni surreali.

Pier: ogni nostro album risponde ad un immaginario preciso, che si costruisce canzone dopo canzone. All’inizio del processo creativo non sembra essere così ma poi, quasi naturalmente, tutto va a comporsi in un universo coerente. La copertina è di tale universo l’aspetto visuale e per ciò stesso visionario. In questo caso l’elemento futuribile è quello della Marvel che, oltre ad essere il titolo di una nostra canzone del disco precedente, è anche il motivo conduttore su cui si articola la ricerca grafica del gruppo creativo Marvellini: una felice coincidenza!

Per il grande pubblico siete degli esordienti. In realtà Troppa gente su questo pianeta è il vostro quinto album. In questi anni avete continuato a crescere: collaborazioni eccellenti (Samuele Bersani, Paola Turci, Baustelle) ed il nuovo album è stato accolto dalla critica in maniera decisamente positiva, alcune recensioni parlano di capolavoro. Immagino che questo susciti in voi molte emozioni e aspettative. Come state vivendo questo momento?

Diego: naturalmente siamo molto contenti di tanti riscontri positivi. Ma siamo anche consapevoli delle molte difficoltà che comporta lavorare con la musica in Italia oggi. Siamo fiduciosi insomma, ma non molliamo la presa.

Pier: l’aspettativa più grande è quella di suonare il più possibile dal vivo; incontrare la gente, sentirne il calore. Ci fa piacere che la nostra musica sia apprezzata e ci rende consapevoli di un processo di maturazione ormai probabilmente a buon punto… ma vogliamo crescere ancora! Vogliamo suonare il più possibile dal vivo!

Il re muore è il primo singolo tratto dal vostro nuovo album ed è stato scritto con Samuele Bersani che lo aveva già inserito nel suo album Nuvola numero nove. Quanto è facile/difficile scrivere con un autore che ha già un suo mondo così definito? E quanto vi ha condizionato la sua interpretazione quando avete deciso di incidere il pezzo per inserirlo nel vostro album?

Pier: la collaborazione con Samuele è stata stimolante e proficua e priva di forzature, ma noi avevamo la nostra idea di stesura e arrangiamento del pezzo che ha avuto una sua vita parallela rispetto a quella, peraltro bellissima, di Samuele.

Diego: il lavoro con Samuele è stato molto fluido, anche perché fin da subito sapevamo che ognuno di noi avrebbe sviluppato la propria visione del pezzo. In questo modo le due versioni sono complementari e forse il primo vero esperimento in Italia di un duetto «a distanza».

A Milano siete cresciuti, avete studiato musica, incominciato a scrivere canzoni. Quanto vi ha influenzato questa città dal punto di vista artistico?

Pier: in me vive anche un’anima meridionale, siciliana in particolare. Non voglio dire che il mio prossimo passo sarà trasformarmi in un neo-melodico, ma che le mie radici rimangono quelle del sud, con la sua emozionalità e la sua empatia. Per il resto amo molto Milano e quel suo modo fuligginoso e tutto spigoli di fare la signora; mi sono affezionato persino a quelle sue velleità europeiste lasciate sempre un po’ a metà. E’ il mio male necessario e ha molto a che fare con le canzoni che scrivo.

Diego: Milano è la città in cui sono nato e cresciuto. E’ difficile parlare della propria madre. Di Milano amo soprattutto l’autoironia e quel suo cinismo gentile nel leggere la realtà, caratteristiche che ritrovo anche nel mondo espressivo Egokid. Non credo che vorrei o saprei vivere in nessun’altra città italiana. Certo, ultimamente Milano soffre, soprattutto per la mancanza d’affetto da parte dei suoi abitanti, vecchi e nuovi. Dovremmo smettere di pensare a Milano come a un parcheggio-dormitorio per profughi-lavoratori e tornare a esigere una città a misura d’uomo.

intervista egokid Troppa gente
Ci sono luoghi di Milano che sono particolarmente significativi per voi?

Pier: Porta Venezia, indubbiamente. E poi i Navigli, alle sei del mattino, d’estate.

Diego: sono un ragazzo del nord-est. Corso Buenos Aires un tempo per me significava emancipazione, indipendenza. Mi affascina ancora quel mostro che è ormai piazzale Loreto, per il suo valore storico-simbolico, purtroppo sbiadito nella coscienza dei nuovi milanesi. E poi Via Padova, dove ora abito, un laboratorio sociale a cielo aperto che aspetta solo di venire veramente studiato, capito e valorizzato.

E angoli della città che non avete mai visto e che vi piacerebbe vedere?

Diego: sono sempre stato attratto dall’ovest della città, Wagner, Certosa, Lotto, San Siro. Ogni volta che ci capito in bicicletta, mi ci perdo. Ed è una sensazione bellissima.

Pier: le stradine oltre zona Maciachini. Ho tutta una mia fantasia di cascine e microdelinquenza che mi suggestiona e incuriosisce.


FOTO CREDITS
: © Amal Serena

INFO

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