Moda e Made in Italy: una storia italiana

La moda è uno dei nostri punti di forza nel panorama mondiale, elemento distintivo della moda e made in Italy e tratto tipico della nostra personalità. Vestire italiano è sinonimo di gusto e attenzione verso la qualità dei materiali, oltre che di sensibilità al bello;

ma che che cosa si cela dietro questo grande talento?
Dove si formano gli stilisti?
Dove si trovano i luoghi più significativi della tradizione sartoriale italiana?
E quale è il capo o l’accessorio che simboleggia maggiormente il Made in Italy nel mondo?

Per dare una risposta a questi ed altri curiosi quesiti sulle tradizioni del Bel Paese, abbiamo cercato un esperto disponibile ad approfondire l’argomento e con lui abbiamo avviato una “conversazione” in tre puntate sul tema della Moda.

Ospitiamo con grande piacere la prima conversazione con il Professor Livio Billo.

liviobilloL’INTERVISTATO sulla  MODA E MADE IN ITALY

Insegnante presso l’Istituto Professionale di Stato “Ruzza” di Padova, Livio Billo è laureato in lettere moderne e specializzato in storia dell’arte contemporanea.

Per tale disciplina svolge da circa un decennio attività di docenza a contratto nel locale Ateneo e ha al suo attivo numerose pubblicazioni didattiche e scientifiche a carattere storico-artistico e sugli aspetti culturali della moda.

Leggi qui la formazione di Livio Billo nel campo della moda.

L’eccellenza della moda e made in italy nasce dal nostro passato 

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Quali sono i punti di forza del made in Italy nella sartoria e nel tessile?

Come spesso dico ai miei studenti, con un apparente gusto per il paradosso, il nostro punto di forza sta nei…piedi! Mi spiego meglio: l’Italia è uno dei pochi, se non l’unico paese al mondo che può vantare una stratificazione storico-artistica e culturale talmente estesa e profonda da non presentare praticamente alcuna soluzione  di continuità dalla remota preistoria alla contemporaneità; ciò ha prodotto un patrimonio estetico ed ambientale che, com’è risaputo, rappresenta la quota maggiore di quello mondiale. Orbene, così come una pianta trae linfa vitale e nutrimento dal suolo in cui essa è radicata, in modo non dissimile la capacità e la sensibilità creative che contraddistinguono il made in Italy derivano dall’humus artistico e culturale, tanto ricco e vario, del nostro territorio.

sfilateChe ne siano consapevoli o meno, i nostri artigiani, designer e stilisti ne assorbono i “nutrienti” sotto forma di stimoli e di input creativi capaci di tradursi in manufatti e prodotti di alto livello qualitativo. È propriamente questo “radicamento” o “gene” territoriale a fare la differenza, nel costituire il “valore aggiunto” rispetto ad altre situazioni e produzioni concorrenti, dove il buon gusto e l’amore per le cose ben fatte – le cose fatte “a regola d’arte” – sono meno spiccati o carenti.

Il valore della tradizione è pertanto il nostro differenziale positivo, per quanto la moda italiana sia stata capace di costruire un sistema integrato che si appoggia anche su un’altra gamba: oltre a quella della cultura e della tradizione, la gamba della industrializzazione e della innovazione tecnologica, senza la quale non solo il suo passo sarebbe scoordinato e sgraziato, ma insicuro e inadatto al conseguimento delle mete e degli obiettivi che la moda da sempre si pone. Ma che soprattutto oggi sono diventati prioritari, atteso che essa deve competere su un terreno sempre più vasto ed accidentato, che è lo scenario della competizione mondiale e dei mercati globalizzati. La capacità d’innovare la tradizione è stata, quindi, e sempre più sarà la strategia vincente della moda e  made in Italy che, se applicata alle “filiere” sartoriali e tessili,  comporta la dotazione di efficaci strumentazioni di supporto ed assistenza di tipo tecnologico-informatico, come preciserò in seguito.

Che cosa ha reso celebre la moda italiana nel mondo?

modaRiprendendo quanto detto poco sopra, concordo in pieno con chi, come M. Luisa Frisa, sostiene che l’eccellenza della moda italiana parte da lontano, da seicento anni fa – dal Rinascimento – e non dai sessanta che ci separano dal secondo dopoguerra.

Solitamente, si fa risalire la nascita dell’Italian style ai primi anni Cinquanta, quando il Marchese Gian Battista Giorgini inaugurava a Firenze, in Palazzo Pitti, le sfilate di quei creatori di moda, quali Carosa, Fabiani, Marucelli, Noberasko, Pucci, Shuberth, Simonetta, Veneziani, le sorelle Fontana e un esordiente Capucci, che avrebbero incrinato la dittatura della haute couture francese e il  primato delle sue maisons sulla scena internazionale. I compratori e i mercati, specie quelli d’Oltreoceano, accolsero con grande favore le produzioni delle griffes nostrane; non solo perché costavano molto meno delle francesi, ma perché l’aggancio innovativo e dinamico con il  lascito formale ed estetico dell’illustre  passato garantiva quella stessa raffinatezza, eleganza e pregevolezza per cui l’aristocrazia europea aveva guardato con ammirazione, desiderio ed anche invidia ai meravigliosi abiti, ai superbi tessuti e lussuosi ornamenti con cui si vestivano e di cui facevano sfoggio i principi e i signori delle nostre corti rinascimentali. Insomma, la moda italiana ritornava in auge con quelle stesse fogge armoniose, con quegli stessi rasi, velluti, broccati, damascati, con gli stessi ricami, ori e perle con cui aveva fatto “tendenza” sei secoli prima, grazie alla cultura del “fare bene le cose” e alla cultura tout-court.

La conversazione sulla moda insieme a Livio Billo prosegue la prossima settimana.

FOTO in copertina: G.  Bortolami, collezione I cinque  sensi + 1 (il sesto, al centro), 2013