La Moda italiana e i giovani talenti

Simboli della moda italiana nel mondo

Debora Bergaglio intervista Livio Billo

Proseguono le conversazioni di Buonviaggioitalia.it sulla moda “made in Italy” con il Prof. Livio Billo

Come crede che ne uscirà il settore tessile italiano da questa crisi economica che investe la produzione e la manodopera?

Il nostro Paese, con le sue tradizioni artigianali, sta vivendo un momento di profondo cambiamento. Come crede che ne uscirà il settore tessile italiano da questa crisi economica che investe la produzione e la manodopera?

La mia previsione, per quanto essa possa valere, è purtroppo alquanto pessimistica ed è fondata, in buona misura, su quanto ho anticipato al punto 4, ovvero la “crisi dei distretti”, unitamente ad altre congiunture negative, che tutti conosciamo e dalle quali tutti siamo colpiti: l’economia-Paese e anche quella continentale sono compresse, da un lato, dalle dinamiche di una competizione globale sempre più aggressiva ed efficace; dall’altro, e per contraccolpo, da situazioni recessive sfavorevoli alla produzione e ai consumi, in particolar modo di quei beni “voluttuari”  che sono  infine i prodotti-moda e accessoriali.

Imodal fenomeno competitivo/recessivo ha colpito, in maniera pesante, non soltanto il mercato interno, bensì le esportazioni verso i mercati europei ed americani e, di conseguenza, ha ridotto la quota dei fatturati aziendali di settore, che registrano un calo costante da oltre un decennio. La forza e l’eccellenza della moda e del tessile italiani, quindi la loro capacità e “tenuta” competitiva, risiedono (risiedevano?) nel bilanciamento dei fattori quali-quantitativi, così come espressi in modo ottimale dal nostro prêt-à-porter, specie se di lusso; ovvero,  nel saper fare cose esteticamente valide, coniugando il buon gusto e l’abilità artigianale del “manu-fatto” con quegli standard di  praticità, funzionalità e fruibilità che sono garantiti dalla produzione industriale e dalla innovazione tecnologica. Ebbene, secondo dati  recenti della Camera Nazionale della Moda Italiana, in tale comparto l’incremento dei fatturati è stato di qualche risicato punto decimale (0,1-0,8%), fino al 2007, e dal 2008 addirittura di segno negativo; a fronte di ciò, si registra invece la rapida scalata del fast fashion, che non è “targato” Italia e il cui trend di crescita si misura con fattori a due cifre (15-20%).

Purtroppo, non sono in grado di fornire alcuna “ricetta”, anche per il fatto che non  ho competenza in campo economico ed aziendale. Mi limito, quindi, a citare qualche opzione, fra le tante che ho raccolto da assemblee, convegni e forum di “addetti ai lavori”: una molto gettonata pare sia la “delocalizzazione”, specie per le produzioni ad alto contenuto di manodopera, che per altro risulta essere poco praticabile dalle piccole/medio imprese costituenti l’ossatura portante del sistema-moda italiano; l’altra è quella del cosiddetto “salto” strutturale, ovvero la riorganizzazione delle aziende per aggregazione e “reti d’impresa”, tali da potersi dotare di quelle nuove e più cospicue risorse –  finanziarie, tecnologiche ed umane –  che sono ritenute più idonee ad affrontare in positivo le sfide della globalizzazione.

Esiste secondo lei un “capo” che più di altri può simboleggiare il nostro made in Italy nella moda a livello internazionale?

Certo che sì, per quanto io non parlerei di un capo, in particolare, bensì di più capi. Fra questi, un posto di spicco credo lo si possa attribuire all’abito da sera, stile Valentino, così raffinato ed elegante che la femminilità non solo ne viene esaltata, ma resa sublime e quasi inaccessibile, come si conviene a “delle donne che – parole sue – camminano sulle nuvole dell’irreale”. E, del resto, in ciò consiste l’attrazione irresistibile della moda, nella sua propria finalità di dare forme tangibili a quel sogno di trasformazione ed elevazione in senso estetico che ogni donna e ogni uomo in sé coltivano da sempre. Per tale motivo, ci metterei anche gli abiti-scultura di Roberto Capucci e le scarpe-gioiello di René Caovilla: oggetti sontuosi e molto costosi, magari anche poco pratici e difficilmente “portabili”, ma che possiedono per l’appunto un coefficiente estetico talmente elevato –  direi, anzi, così assoluto – da innescare e portare a piena compiutezza quell’effetto di “sfarfallamento” che, soprattutto le donne, specie se si considerano un po’ “bruco”, si aspettano da un vestito o da un suo accessorio.

modaInfine, ma non da ultimo, inserirei fra i capi-simbolo che meglio rappresentano il vestire all’italiana nel mondo i completi e le giacche da uomo, scivolate e leggere come camicie, di Giorgio Armani. Essi sono diventati dei cult molto ambiti ed ormai intramontabili non solo per la suggestione “mediatica” esercitata da film come American gigolò e Gli intoccabili, per i cui protagonisti il futuro “Re Giorgio” confezionò l’intero guardaroba. Lo sono in forza di quel loro straordinario carattere di essenzialità e di rarefazione delle linee, sobrie ed asciutte, e delle tonalità di colore, sempre smorzate e tendenzialmente fredde: il blu, il grigio e il nero, i beige sabbiosi e “lunari”, tra cui quel greige che è una sua esclusiva invenzione, divenuta leggendaria tanto quanto, o più, del famoso “rosso Valentino”.
   

Infine: dove si formano oggi i giovani talenti della moda? Quale percorso hanno di fronte gli aspiranti stilisti del Made in Italy?

Non c’è un percorso-tipo, dato che esiste nel nostro paese una pluralità di istituzioni ed agenzie,  pubbliche e private, che, per la moda,  fanno formazione a più livelli – da quello secondario alla laurea e ai master. Ne conosco più d’una, ma qui non ne elencherò nessuna, anche per non incorrere in qualche omissione o forma indebita di  pubblicità. Mi limiterò, quindi, a portare un contributo di esperienza, maturato nel corso della mia attività didattica e di ricerca. I giovani “talenti”, o aspiranti tali, dovrebbero orientarsi verso quelle modalità di formazione che, pur facendo salva la trasmissione delle competenze tradizionali e la mutuazione con il sistema della cultura artistica, hanno recepito la necessità di quel continuo aggiornamento che è richiesto dal tessuto d’impresa territoriale, nel momento in cui esso deve saper recepire i mutamenti in atto,  piuttosto che subirne passivamente le ricadute.  

modaRitengo, quindi, che sia ormai diventato imprescindibile, per chi si occupa di moda o intende occuparsene,  acquisire una buona conoscenza e una efficiente capacità applicativa dei sistemi di progettazione e produzione in ambiente digitale (sistemi cad-cam, prototipazione rapida), così come dei materiali e delle fibre tessili di ultima generazione (e-textile, wearable e nano-fibre), nonché avere familiarità con le tecniche della comunicazione e della distribuzione commerciale per via telematica (cataloghi on-line, virtual try-on, virtual mirror,  “e-commerce” e virtual shop). Perché, ci piaccia o no, dobbiamo prendere atto che siamo arrivati ad un punto di non ritorno, ossia alla fine di un’epoca di produzioni principalmente manuali dopo che, già da tempo, molti accorgimenti tecnologici ed elettronici ne hanno integrato o trasformato l’efficacia. In ultimissima analisi, comunque, il mio auspicio ai nostri talenti emergenti – come la giovane che qui vorrei segnalare –  è che essi, a prescindere dai percorsi formativi prescelti, possano avere il successo che cercano, ricordando loro che la chiave per ottenerlo è forgiata con l’impegno, con la dedizione e la passione che sapranno mettere nel loro lavoro: le “cœur de  métier”, come dicono con plastica espressione i francesi.

RINGRAZIAMENTI: ringraziamo il Prof. Livio Billo per la concessione di questa intervista che abbiamo pubblicato in tre puntate.  

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