Percorsi di sviluppo locale

Scelte di vita controcorrente, percorsi di sviluppo locale e spunti per evitare l’abbandono delle aree interne. Durante la presente del libro “Ghost Villages” si è parlato di una realtà importante, ma trascurata del Bel Paese


Di Debora Bergaglio

“Prima di dare vita a politiche locali, bisognerebbe camminare sul territorio”. Con questa bell’affermazione che riconosce il valore, non solo fisico, di un “cammino”, Giovanni Carosio del Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica, commenta i contenuti del libro “Ghost Villages: villaggi dimenticati” a cura di buonviaggioitalia.it , presentato nel cuore della Val Borbera, al Parco Mongiardino, sabato 27 giugno 2015, per puntare un fascio di luce sul tema dell’abbandono e parlare di percorsi di sviluppo locale.

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In versione cartacea e E-book – “Ghost Villages, villaggi dimenticati”, il libro di buonviaggioitalia.it

Soltanto mettendosi in cammino, zaino in spalla e scarponcini, alla scoperta del paesaggio e dei suoi borghi, abbandonati o ancora in vita, recuperati o a rischio di spopolamento, si può comprendere la dimensione del problema. Un problema (i luoghi in abbandono) che investe un terzo del territorio italiano e necessita di un’inversione di tendenza.

Sempre Carosio, citando Massimo Angelini, sottolinea l’importanza di analizzare i risultati dei progetti sviluppati sul territorio: “bisogna salire sui monti e guardando i paesi, osservare quante luci si sono accese dopo un progetto”. Guardare dall’alto. Osservare. Analizzare. Ci sprona a fare questo Giovanni Carosio, indicando un dato allarmante: 500 Comuni italiani sono a rischio desertificazione, i cosidetti “Comuni polvere”, come li definisce Legambiente in un rapporto.

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Giovanni Carosio e Debora Bergaglio

 

Ma ci sono anche notizie positive e speranze da coltivare, insieme ad azioni ed interventi da attuare. “Dove c’è l’intenzionalità di privati e di amministrazioni pubbliche, il destino non è già scritto – prosegue Carosio – anzi, la volontà di chi sta sul territorio conta molto. L’importante, prima ancora di partecipare a bandi e richiedere finanziamenti, è avere in mente un progetto, una visione. E non il contrario, ossia sviluppare progetti in base ai bandi disponibili”.

E la crisi? Come cambia il nostro modo di pensare lo spettro della crisi?

“Anche in questa crisi che stiamo affrontando ci sono degli spazi, delle opportunità, e visto che non sappiamo quanto questa durerà, prima ci attrezziamo e meglio sarà”.

Ma come?

“Facendo diventare, per esempio, le aree interne nuovi centri di innovazione, attraverso la valorizzazione delle risorse umane e dei giovani talenti, attraverso l’inclusione dei “nuovi abitanti”, di chi porta sul territorio competenze, e poi abbattendo il “digital devide” con infrastrutture digitali che consentano il telelavoro e la connessione; perchè avere accesso all’informazione rientra nei diritti di cittadinanza. Ma anche innovando nel modo di comunicare un territorio”.

E se i finanziamenti non sono abbastanza per tutti i progetti?

“Si potrebbe applicare la logica dell’agopuntura: sovrainvestire su determinati aspetti strategici per il territorio, come potrebbe essere, ad esempio, la banda larga, piuttosto che disperdere poche risorse su molte direttrici”.

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Roberto Grattone (Montebore) dietro Filippo Barbera

Nell’incontro moderato da Filippo Barbera dell’Università di Torino, c’è stato spazio anche per un dibattito in cui sono intervenuti, oltre ad alcuni esperti del settore come il Prof. Alfredo Mela (Dipartimento Interateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio del Politecnico di Torino) anche alcuni protagonisti del territorio, fra cui agricoltori e produttori, che vivono sulla propria pelle il rischio dell’abbandono e gli effetti di una crisi spietata che taglia i consumi.

Roberto Grattone, che dal 2002 si è dedicato al recupero del formaggio Montebore, oggi presidio Slow Food, denuncia la mancanza di unitarietà fra gli attori del territorio. L’importanza di fare squadra in vallate formate da tanti, piccoli borghi, come la Val Borbera, diventa essenziale. Come essenziali sono anche i servizi per le aziende che lavorano e vivono in un luogo. E poi ci sono i saperi e le competenze di un territorio, anch’essi rischiano di perdersi, se non ci sono interventi a favore di questa “memoria rurale”.

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Maurizio Carucci, Cascina Barban

Prende la parola anche Maurizio Carucci, giovane agricoltore che racconta la sua esperienza di  recupero di una piccola borgata in pietra abbandonata nel Comune di Albera Ligure, a Figino, dove ha stabilito la sede della sua azienda, Cascina Barban, che coltiva prodotti tipici della vallata fra cui la fagiolana bianca di Figino e altri ortaggi.

Scelte controcorrente, che per moltiplicarsi e fare “massa critica” hanno bisogno di sostegno pubblico, agevolazioni, servizi, progetti inclusivi che ascoltino le loro richieste.

E poi, tornare in alto, sui monti, la sera, per vedere quante luci si sono accese.