Fashion in Italy: oltre il triangolo della Moda

 Proseguono le nostre conversazioni sulla moda “made in Italy” con

il Prof. Livio Billo

Se dovesse tracciare un itinerario immaginario che tocchi i luoghi più significativi della produzione sartoriale italiana, quali tappe inserirebbe e perché? Esistono ancora i distretti?

Vmodaisto che mi si chiede di tracciare un itinerario, benché immaginario, mi verrebbe da rispondere con un’altra battuta, presa a prestito da A. Bonito Oliva: “Gli artisti fanno la storia dell’arte, gli stilisti fanno la geografia [dell’arte]”. Ma questa risposta non è un modo per dribblare la domanda: direi che esiste da noi o, meglio, è esistito – così come è esistito un “triangolo” industriale – una sorta di “triangolo” modale, con i vertici su Firenze, Roma e Milano.

Se poi parliamo di “sartorialità”, come sinonimo di un “fatto a mano” esperto ed integrale, beh!, allora dovremmo mettercene un altro, che è Napoli, disegnando così un ideale “quadrilatero”.

In breve, Firenze è stata – come s’è detto poc’anzi – la culla dell’Italian style; Roma, negli anni in cui fu la “Hollywood sul Tevere”, contribuì in modo determinante all’affermazione internazionale di codesto stile (chi non ricorda film come Vacanze romane o Sabrina, con una Audrey Hepburn in veste di fascinosa testimonial e convincente ambasciatrice?).

Era comunque e perlopiù una moda ancora “alta”, perciò in concorrenza, se non per certi versi in debito, con la ben più blasonata “cugina” francese, che all’epoca stava tentando la rivincita con la carta di Dior e del “diorismo”.

IL PRET A PORTER: FILOSOFIA DI VITA E DI COSTUME

modaMilano ha segnato, negli anni Settanta, un punto di svolta – è il caso di dire –  epocale, con la messa a punto e l’affermazione del “pronto-moda” industriale, o prêt-à-porter: una nuova filosofia di vita e di costume, meno elitaria e più pragmatica, che si è tradotta  in un nuovo  e diverso modo di fare “moda”.

Questa mutazione, di cui sono stati artefici soprattutto Armani e il suo “maestro” Walter Albini, è denominata anche stilismo, dato che lo stile impresso agli oggetti-moda è il risultato dell’attenta ed equilibrata combinazione tra il fattore estetico vero e proprio, da un lato, e dall’altro la pianificazione della “filiera” produttiva che investe l’uso dei materiali e la scelta delle tecniche più adatte alle reali potenzialità dell’azienda e del mercato.

200 DISTRETTI SU TUTTA LA PENISOLA: DELICATA ALCHIMIA

modaAd ogni modo, la “mappatura” sarebbe incompleta, se non vi inserissimo anche le aree dei distretti, che sono una specificità nostrana: se ne contano ben 200, distribuiti “a macchia di leopardo” sull’intero territorio nazionale.

In termini geografici e strutturali, sono dei sistemi produttivi locali che si caratterizzano per un forte rapporto con il territorio, con le comunità in esso presenti e con le loro tradizioni ed attitudini artigianali: per esempio, la lavorazione della ceramica, a Faenza, a Sassuolo o a Deruta; della carta, a Fabriano; delle lane, a Prato e a Biella; della seta, nel comasco; del tessile a Carpi, o delle calzature lungo la Riviera del Brenta, nelle Marche (Fermo e Macerata), in Puglia (Barletta e Casarano) e a Vigevano; dell’oro e delle pelli, nel vicentino. La nascita di queste “macchine produttive” si deve infatti all’esistenza in loco di una qualche particolare forma di specializzazione tradizionale, di “mestieri” d’eccellenza la cui pratica si è tramandata nel tempo attraverso il rapporto diretto tra maestro ed apprendista, come avveniva nelle “botteghe” medievali e del Rinascimento. Nondimeno, il loro successo imprenditoriale ed economico è stato determinato, negli anni del boom post-bellico,  proprio dalla costante capacità d’innovazione tecnica, che ha portato all’industrializzazione dei modelli artigianali o, per dirla in altro modo, alla integrazione “virtuosa” tra il fatto a mano e il fatto a macchina, tra scala di mercato locale e scala internazionale. Com’è intuitivo, si tratta di una alchimia delicata e alquanto difficile, i cui componenti e processi risentono oggi degli effetti e dei contraccolpi  negativi della “mega-macchina” globale, che tende ad assorbire, mescolare, livellare ed omologare tutto, tanto le cose, quanto le persone, con i loro gusti e modi di essere.

Secondo lei il gusto degli stranieri coincide con quello degli italiani in fatto di moda italiana? Ovvero: italiani e stranieri apprezzano le stesse cose della moda nostrana?

napoliStando a ciò che si vede in giro, direi proprio di no, ma credo si debba guardare la medaglia anche nel suo rovescio. Se è vero che, mediamente, il gusto degli stranieri passa per essere piuttosto “cattivo”,  quanto a giustezza di fogge, armonia di proporzioni e abbinamenti cromatici, è altresì vero che molti di loro hanno imparato a vestire all’italiana e ne apprezzano e comprano i capi che più lo rappresentano.

Fare un’elencazione, sebbene approssimativa, di quali essi siano mi risulta difficile, perché nella scelta molto dipende dai gusti e dalle sensibilità individuali, dalle disponibilità economiche, dalle aree culturali di appartenenza e dalla cultura personale di chi compra. L’unica cosa che posso dire con sicurezza è che molti stranieri, in specie americani e tedeschi facoltosi, si riforniscono di abiti maschili su misura presso rinomate sartorie artigianali venete, di Padova e di Asolo, ad esempio; ma ciò vale anche per le sartorie partenopee e per i calzaturifici dei distretti della Riviera del Brenta e delle Marche, dove ancora tiene ed è solida la tradizione delle scarpe rigorosamente fatte a mano, con pellami e rifiniture di pregio.

COSA APPREZZANO RUSSI, ARABI E GIAPPONESI DELLA NOSTRA MODA.

Tuttavia, queste produzioni, per quanto siano pregevoli ed apprezzate, si collocano in un mercato “di nicchia” che non ha nemmeno bisogno di apparati commerciali e pubblicitari vistosi: funziona con il passa-parola e con la “fidelizzazione” del cliente. Se parliamo di fasce produttive e di mercato più ampie, ovvero di quelle coperte finora o, meglio, fino a qualche tempo fa, dal “pronto-moda” griffato, mi pare che i migliori estimatori ne siano gli orientali, del mondo arabo e giapponese – ora anche i cinesi; e poi i nouveaux riches russi, che comprano di tutto e di più, quasi in modo compulsivo e “bulimico”. Mentre gli altri che ho citato sono più selettivi: gli arabi amano molto la lingerie e le mises da sera di lusso, che le loro donne, per altro, esibiscono privatamente; nel paese del Sol Levante, vanno molto i capi-spalla e i completi, tanto maschili che femminili, con una spiccata predilezione per l’Armani-style. Quanto ai cinesi, credo sia ancora presto per dire su cosa siano realmente orientate le loro preferenze.

La conversazione sulla moda insieme a Livio Billo prosegue  la prossima settima

Debora Bergaglio


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