Sicilia da esplorare: l’antica città di Tindari

Esiste ancora una città antica, fondata come colonia greca e posta su un costone roccioso a dominare un paesaggio meraviglioso. E’ Tindari, con il suo Santuario della Madonna nera, l’acropoli e i sette laghetti di Marinello


Testo e Foto di Alessandro Tavilla

“Tindari, mite ti so
Fra larghi colli pensile sull’acque
Delle isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.”

Chi si esprime  attraverso questi versi è Salvatore Quasimodo, poeta sensibile, ma probabilmente sono frasi che vorrebbe prendere in prestito chiunque si trovi dalle parti del promontorio di Capo Tindari, in Sicilia. Esiste infatti ancora una città antica, fondata come colonia greca nel 396 a.c., posta su un costone roccioso a dominare un paesaggio circostante meraviglioso e vario, che serba dentro e fuori di sé il riassunto di più di due millenni, che si espone ancora ferita nella struttura, ma evidente nella sua storia, che ad ogni folata di vento ti sussurra leggende che alla vista dei luoghi poi ti appaiono quasi reali, che ti avvolge nella relativa aurea religiosa riecheggiante ad ogni angolo del suo Santuario.

 Tindari

IL SANTUARIO DELLA MADONNA NERA E L’ACROPOLI

Questa città è Tindari, in principio Tyndaris, nell’era moderna frazione del comune di Patti, in provincia di Messina, da cui prende il nome il Golfo che il promontorio su cui si erge domina. Ci si arriva uscendo dalla A20 Messina-Palermo, agli svincoli di Patti o Falcone, percorrendo poi la statale 113 e iniziando a salire le stradine e le curve che graffiano dolcemente la collina, per giungere poi alla cima, dove subito già dalla strada si mostra imponente il Santuario della Madonna Nera, posto dove una volta sorgeva l’Acropoli dell’antica polis e in seguito una fortificazione. L’edificio fu ricostruito nella metà del ‘500 dopo la quasi totale distruzione causata dai pirati algerini che però lasciarono intatto il simulacro della Madonna Nera. E proprio ad essa è dedicato l’edificio sacro, con la pianta a croce cristiana e divisa in tre navate, con ampie vetrate decorate da figure esaltate dal passaggio del sole attraverso esse, e soprattutto con la presenza della statua della Vergone dal volto scuro.

 Tindari

LA LEGGENDA DEI MARINAI

Il suo culto nasce da una leggenda che narra di un fatto accaduto nel periodo della persecuzione iconoclasta, intorno alla fine dell’VIII secolo d.c., quando alcuni marinai in fuga dall’Oriente con l’effigie della Madonna nascosta nella stiva della propria nave, si trovarono coinvolti nella furia delle onde del Tirreno, andandosi ad arenare sulla riva ai piedi del Promontorio di Tindari. E trovando difficoltà nel ripartire decisero di liberarsi di peso e quindi anche della statua per poter riprendere la via del mare e la loro rotta. Fu a quel punto che i marinai tindaritani, allora sotto il dominio bizantino, trovando sull’arenile il simulacro di Maria decisero di trasportarlo in cima al colle, lì dove c’era il punto di vista più bello e dove già da un pò era attiva una comunità cristiana. Una leggenda, quindi, che come dicevamo riecheggia costantemente trovandosi all’interno del Santuario o anche nello slargo frontale alla scalinata che lo precede, dove continua il viaggio nella bellezza di questo luogo.

 Tindari

I SETTE LAGHETTI DI MARINELLO

 Tindari  Uscendo dalla chiesa, infatti, si viene attratti dalla lunga balconata che si lancia sul mare e che porge ai nostri occhi un panorama difficilmente dimenticabile, che ci fa tornare alle parole di Quasimodo: la vista da questo colle pensile sulle acque del mare, con di fronte le stupende Isole Eolie, ma soprattutto le sottostanti incomparabili lingue di sabbia e i laghetti di Marinello. Sono delle strisce di terra dalle forme singolari che racchiudono 7 laghetti, dai più piccoli a quelli più ampi, anch’essi portatori di una leggenda legata alla Madonna Nera. Dai racconti tramandati nei secoli, infatti, sembra che essi si siano formati in risposta a una donna miscredente nei confronti della Vergine, dalle cui braccia cadde da lassù il proprio bimbo, che rimase miracolosamente illeso grazie all’improvviso aumento della superficie sabbiosa che lo salvò dal mare e lo fece atterrare morbidamente. E in più sono anche le forme delle lingue di sabbia a dare ulteriore spazio a suggestioni visive, quali ad esempio quelle che scorgono in una di esse la sagoma di Maria che tiene un bimbo nel grembo.

 Tindari

E’ quindi un salto continuo nel passato, Tindari, e più la si percorre e più si fanno balzi indietro di decenni, secoli, millenni addirittura. Procedendo infatti lungo la strada che parte dalla piazza del Santuario, si arriva a scorgere e immergersi nella parti più antica, quella forgiata dai greci prima e dai romani poi. Ci si ritrova a passeggiare tra le antiche mura, che si calcola dovessero essere lunghe circa 3 km, a protezione delle zone non difese naturalmente, e che ancora si presentano in parte nella loro struttura modificata parzialmente dalle dominazioni successive, ma che resiste col sistema di cinta a doppia cortina di due fortificazioni parallele di pietra arenaria, unite a tratti da archi in pietra e con ancora alcune delle porte visibili.

A PASSEGGIO NELLA STORIA

E calpestando questo antico terreno, si percorre quella che doveva essere la sua pianta, divisa in tre decumani, e si scorgono resti di costruzioni riconducibili a “tabernae” dell’epoca romana, e due case in una delle quali ancora si osservano a tratti pavimenti a mosaico. E’ uno scorcio chiamato “insula romana”, che precede di poco quella che è forse la parte più affascinante da visitare, ossia il teatro greco-romano. Sono i resti di una bellissima arena scavata nella collina e con la vista rivolta verso l’orizzonte marino e le Isole Eolie. In mezzo a pini marittimi e fichi d’India, conservato nella sua forma semicircolare nel settore delle gradinate, ancora in parte conservate con le loro grosse pietre che fungevano da sedili. Un anfiteatro costruito dai greci, e poi risistemato dai romani che lo adattarono alle esigenze dei loro spettacoli circensi. Ma perché è così incantevole questo teatro? Il mio consiglio è di sedervi su uno di quei sedili su cui è possibile accedere, e provare ad immaginare che da giù, dal palco stiano per mettere in scena uno spettacolo. E’ incredibile a questo punto osservare come alle spalle dei potenziali attori sia la Natura stessa ad alzare il “cartellone” della scenografia. A sinistra le isole Eolie che sembrano per l’occasione una sovrapposta all’altra, e a destra in lontananza il lungo promontorio di Capo Milazzo. Terra, mare, cielo, sole. Sono questi gli elementi che lo rendono unico e incantevole, e che probabilmente lo rendono “immortale”, pensando che anche duemila anni fa la vista era la stessa di adesso.

Ecco perché forse Tindari per secoli ha subito conquiste e dominazioni diverse. Attirava tante, troppe persone, che magari avrebbero voluto sedersi da padroni su quei gradoni. Ed ecco ancora perché Quasimodo le dedicava quei versi, in quanto andar via da essa faceva e fa un po’ male, perché si ritorna alla normalità, eccessiva normalità.

 Tindari

LA RISERVA NATURALE ORIENTATA DI MARINELLO

Tuttavia, andando via da Tindari c’è un altro modo per non staccarsene e che vale la pena di provare, per completarne la conoscenza. Scendere a riva, e perdersi a Marinello tra i laghetti e le lingue di sabbia così pregne di leggenda e di bellezza. Infatti, alla base del promontorio, dal comune di Oliveri, si può entrare nella “Riserva Naturale orientata di Marinello”, che possiede specie faunistiche e floristiche endemiche e che contiene, come raccontavo dalla sommità della collina, sette laghetti tra cui spiccano il Marinello, il Verde e il Mergolo, i tre più grandi.

Tindari Laghetti di Marinello lingue di sabbia
Gli specchi d’acqua si dividono fra quelli più dolci e salmastri e quelli più colmi di acqua marina, essendo più vicini al mare. Incamminarsi, quindi, lungo queste sterminate vie lastricate di sabbia offre ancora una volta, oltre che il fascino dell’ennesimo cammino nella mitologia, anche la possibilità di vedere dal basso il maestoso costone roccioso su cui si poggia il Santuario, chiudere gli occhi e immaginare due millenni di storia e tutte le persone che come noi hanno voluto fortemente vivere, conquistare o visitare Tindari per gli stessi motivi rimasti immutati nel tempo.

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